Università Palestinesi sotto Occupazione: Rapporto di una delegazione di accademici europei


Questa relazione è stata preparata da una delegazione in rappresentanza della piattaforma europea per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (EPACBI) che nel mese di aprile 2015 ha visitato sette università e accademie palestinesi. La delegazione era composta di otto accademici provenienti da cinque paesi europei. La delegazione è grata ai numerosi docenti e amministratori delle istituzioni che hanno reso possibile la visita.

Sommario

La delegazione non ha potuto visitare tutte le istituzioni palestinesi di istruzione superiore e in particolare le è stato impedito di visitare le università di Gaza a causa del blocco israeliano. Tuttavia, ha rilevato un modello di condotta coerente applicabile tutte le università che ha visitato, e per la loro natura sistemica è ragionevole supporre che questo schema sia applicabile a tutte. Questo modello consiste in una costante e multiforme politica di intrusione da parte israeliana nel normale funzionamento della vita accademica palestinese. Tale interferenza inibisce la libera circolazione del personale e degli studenti; riduce l’efficacia e la produttività accademica occupando il tempo del personale con restrizioni alla mobilità e ostacoli burocratici; impedisce un’efficace collaborazione e la condivisione di risorse intellettuali fra le università palestinesi; ostacola le visite internazionali alle università palestinesi; impedisce l’impiego di personale docente dall’estero; blocca la fornitura di attrezzature, materiali e libri; e sottopone il personale e gli studenti a ripetute umiliazioni e situazioni degradanti.

I. Introduzione

La continua espansione di colonie israeliane in violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite ha portato a una situazione in cui i territori sotto occupazione israeliana, ma nominalmente amministrati dall’Autorità Palestinese (AP) in Cisgiordania e da Hamas a Gaza, costituiscono soltanto il 10% della Palestina sotto il mandato britannico.[1] Tutti gli accessi a questi territori sono controllati da Israele. In essi vivono circa 4,5 milioni di palestinesi, quasi nessuno dei quali ha accesso al sistema di istruzione superiore in Israele.

Il governo israeliano detiene quasi sessanta college e nove università,[2] quattro delle quali, gli israeliani sono orgogliosi di sottolineare, figurano tra le prime 300 nella classifica QS World University Rankings 2014-5. Alcune, tuttavia, sono costruite illegalmente in territorio palestinese. Tutte comunque contribuiscono direttamente o indirettamente alle forze militari israeliane che mantengono l’occupazione illegale, fornendo ricerca e sviluppo, consulenza professionale e formazione di potenziali reclute.[3] In cambio, esse beneficiano dei vasti sussidi che gli Stati Uniti offrono a Israele. Nell’anno in corso gli Stati Uniti hanno fornito 3,1 miliardi di USD (2,8 miliardi di Euro) in aiuti militari diretti a Israele: circa il 55% dei finanziamenti militari esteri totali degli USA in tutto il mondo e l’equivalente del 20% del suo bilancio attuale in aiuti esteri. L’Europa è quasi altrettanto generosa. Diversi paesi europei, tra cui la Gran Bretagna [e l’Italia, ndt], promuovono attivamente partenariati di ricerca con accademici israeliani. Israele è anche l’unico paese non europeo cui è concesso di essere membro virtuale dell’Unione europea, accordando alle università israeliane accesso diretto ai fondi multi-miliardari dell’UE per la ricerca e facilitando le collaborazioni con ricercatori in tutta l’area europea.[4] Nonostante l’adozione da parte di Israele nei primi anni 2000 di politiche economiche neo-liberiste con tagli alle spese pubbliche, governi successivi hanno finanziato una rapida espansione del sistema di istruzione superiore.[5]  Ciò riflette il riconoscimento generale del contributo delle università alla forza militare ed economica del paese e anche all’immagine che cerca di proiettare come membro culturalmente avanzato del mondo sviluppato.

Dietro il muro dell’apartheid che divide il territorio, le università palestinesi sopportano condizioni ben diverse da quelle delle loro omologhe israeliane. La Cisgiordania e Gaza insieme hanno quattordici università, un’università aperta per l’apprendimento a distanza, diciotto istituti universitari e venti community college. L’attuale numero d’iscrizioni è 214.000, di cui circa il 54% sono donne e il 46% uomini.[6] Questo si raffronta positivamente con il settore terziario di Israele dove, partendo da una popolazione più grande, le iscrizioni sono circa 307.000 e l’equilibrio di genere tra gli studenti universitari è 56 per cento di donne e il 44 per cento uomini.[7] Il tasso notevolmente alto di partecipazione in circostanze molto più difficili riflette senza dubbio l’importanza che i palestinesi attribuiscono alle università (e all’istruzione formale, più in generale) per rafforzare sia la loro economia sia la loro identità nazionale.

Nondimeno le università palestinesi lottano per svolgere questi ruoli con nessuno dei vantaggi pratici delle loro omologhe israeliane. La difficoltà più evidente è una grave e cronica mancanza di fondi. Nel 2011-12 il governo israeliano ha speso € 1,9 miliardi nell’istruzione superiore, totale che è aumentato negli ultimi anni.[8] Nel 2014-15 l’Autorità Nazionale Palestinese ha distribuito appena € 1,8 milioni alle 12 università pubbliche o statali in Cisgiordania. (Informazioni sul supporto alle università di Gaza non sono disponibili, ma è sufficiente notare che, a tuttora, i dipendenti pubblici non ricevono lo stipendio da molti mesi.[9]) Questa penuria è solo modestamente integrata dall’aiuto che proviene da fonti estere. La Banca Mondiale stima il totale degli aiuti alla Palestina nel 2012 di poco oltre € 1,8 miliardi, ma altre organizzazioni stimano che sia inferiore. In ogni caso, la maggior parte di questi fondi sono stati stanziati per l’assistenza umanitaria e la ricostruzione dei danni provocati dall’attacco di Israele a Gaza nel 2008-09. Ben pochi di questi fondi hanno raggiunto università palestinesi.

Oltre al cronico sotto-finanziamento, le università devono affrontare la stessa politica ostile, che i governi israeliani applicano alla Cisgiordania e a Gaza in generale, di de-sviluppo, di demoralizzazione e di spopolamento.[10] La prova di questa politica è stata fornita dagli attacchi israeliani su Gaza, sia nel 2008-09 (Operazione Piombo Fuso) sia nell’estate 2014 (Operazione Bordo di Protezione). Secondo un’inchiesta delle Nazioni Unite, il primo di questi attacchi ha lasciato 220 asili e scuole parzialmente o totalmente distrutti; l’Università islamica è stata deliberatamente colpita e anche altre università sono state danneggiate.[11] Rapporti preliminari indicano che il secondo attacco ha distrutto altre 22 scuole del misero numero rimasto.[12]

Meno noto è il tipo di sconvolgimento provocato dall’approccio di Israele alle università palestinesi della Cisgiordania occupata. Molte delle università sono state istituite dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza nel 1967 come mezzo per resistere agli articolati tentativi di Israele di cancellare la cultura e l’identità nazionale palestinese. Dopo la prima Intifada nel dicembre 1987, le forze israeliane hanno chiuso tutte le università palestinesi per quattro anni. La firma degli accordi di Oslo nel 1993 ha fatto sperare che sarebbero state autorizzate a funzionare di nuovo senza ostacoli. Tuttavia gli accordi si sono rivelati una chimera tanto per le università come per la società palestinese nel suo complesso. La presente relazione elenca brevemente i modi in cui Israele ostacola e pregiudica il funzionamento delle università, e le conseguenze di queste politiche e pratiche per l’istruzione superiore palestinese.

II. In che modo Israele ostacola e sconvolge l’istruzione superiore palestinese

1. Ostacoli agli spostamenti all’interno dei Territori Palestinesi Occupati (TPO)

Le distanze tra le città nei TPO dovrebbero consentire di viaggiare in pullman da Gerusalemme a una qualsiasi delle 14 università palestinesi in meno di tre ore e, per la maggior parte, nel giro di un’ora. L’esperienza pratica, tuttavia, è molto diversa. Le autorità israeliane di occupazione dal 2007 hanno imposto un blocco quasi totale alla Striscia di Gaza, e in particolare, hanno impedito ogni movimento di docenti e studenti tra Gaza e la Cisgiordania occupata.

Viaggiare all’interno della Cisgiordania occupata è possibile, ma del tutto imprevedibile a causa di una deliberata politica israeliana. Ai posti di blocco permanenti eretti tra le principali città, i viaggiatori palestinesi normalmente devono scendere dall’auto e aspettare il nulla osta di sicurezza, che può richiedere solo quindici minuti, ma più spesso mezz’ora e a volte molto di più. Il viaggio è anche spesso ulteriormente interrotto da posti di blocco temporanei e barriere senza personale, o semplicemente per la comodità dei coloni israeliani. Così nel corso di una sola settimana di aprile oltre cinquanta villaggi palestinesi sono stati chiusi dalle forze di sicurezza israeliane. Inoltre, il viaggio tra Ramallah, capitale amministrativa dei TPO, e Nablus, sede di An-Najah, la più grande università in Cisgiordania, è stato interrotto per la maggior parte di un giorno per consentire che avesse luogo una maratona di coloni illegali. E, in un altro incidente, il viaggio verso e da Nablus è stato interrotto per facilitare la visita di coloni al sito della Tomba di Giuseppe. Perversamente, gran parte del trasporto pubblico nella Cisgiordania occupata è sospeso nei giorni festivi nazionali israeliani.

Oltre l’imprevedibilità del viaggio, i palestinesi devono aspettarsi trattamenti umilianti ai posti di blocco. Il presidente dell’Università di Betlemme ha riferito la risposta di uno studente del quarto anno alla domanda “Qual è l’impressione più forte che avrai dai tuoi anni trascorsi qui?”: “L’ansia quotidiana di arrivare al posto di controllo e preoccuparsi di quello che succederà. Sarò soltanto salutato? I soldati saliranno sul bus? Sarò fatto per uscire dal bus? Starò in piedi per ore sotto il sole? Sarò interrogato? Sarò perquisito?”

È difficile sovrastimare le conseguenze di questi ostacoli per le università palestinesi. In primo luogo, i docenti, gli studenti e l’amministrazione che compongono la comunità universitaria devono mettere in conto diverse ore per completare anche il viaggio più breve. Il risultato per la maggior parte delle università palestinesi è che la giornata non inizia prima delle 9 o 10 del mattino e finisce alle 17 o addirittura alle 16. Rispetto alle università europee, dove l’attività nel campus comunemente inizia entro le 9 e prosegue fino a tarda sera, ciò costituisce una perdita di almeno il 20% della giornata di lavoro.

In secondo luogo, gli ostacoli ai viaggi impongono un importante costo aggiuntivo a docenti, amministratori e soprattutto studenti. L’unica garanzia di un tempestivo arrivo in classe è quello di acquistare o affittare un alloggio vicino alla propria università, al fine di evitare le incertezze del viaggio deliberatamente imposte. Si tratta di una vera e propria tassa per molti studenti le cui abitazioni non sono distanti molti chilometri, ma non osano rischiare i capricci di quello che altrimenti sarebbe un breve tragitto quotidiano. In terzo luogo, gli ostacoli al viaggiare scoraggiano le attività di collaborazione tra le università. Negli anni precedenti le università hanno cercato di condividere competenze e risorse attraverso visite e scambi accademici. Ma per un accademico che intenda recarsi in un’università vicina, che dovrebbe essere soltanto a mezz’ora di distanza, per tenere una lezione di un’ora, significa perdere un giorno intero per completare il viaggio di andata e ritorno. Il risultato è che visite o scambi di questo tipo sono ormai rare. L’effetto pratico è isolare le università tra loro e diminuire la qualità della vita accademica.

In quarto luogo, il tempo supplementare o il costo imposto dagli ostacoli al viaggiare e il trattamento spesso violento ricevuto per mano della polizia israeliana hanno scoraggiato gli studenti della Cisgiordania a frequentare le università fuori della loro città o regione. Questo rende più difficile per le università diventare centri di eccellenza o svolgere una funzione integrativa nella società palestinese. Al contrario, ogni università deve replicare tutte le funzioni didattiche di base e limitare le sue ambizioni soltanto alla propria località.

2. Ostacoli a entrare e uscire dai Territori Palestinesi Occupati (TPO)

Affinché’ le università funzionino efficacemente, i docenti devono essere liberi di recarsi all’estero per partecipare a conferenze, intraprendere attività di ricerca, migliorare le loro qualifiche e mantenere contatti con studiosi all’estero. Per garantire la circolazione del sapere, devono anche essere in grado di ricevere visite da parte di accademici e studiosi stranieri e consentire ai loro studenti di partecipare a scambi. Le università palestinesi riferiscono che Israele ostacola sistematicamente tutte queste attività.

Docenti, amministratori e studenti palestinesi, a parte la piccola minoranza con i permessi di soggiorno di Gerusalemme, hanno soltanto un punto di uscita o di entrata in Cisgiordania: attraverso Allenby Bridge che collega la Palestina con la Giordania. A causa dell’ambiguo status giuridico della Palestina, i palestinesi spesso richiedono un visto per visitare paesi stranieri. Ma l’ottenimento di visti è problematico perché gli uffici preposti al rilascio sono comunemente situati in Israele, per visitare il quale la maggior parte dei palestinesi necessita di un permesso speciale. Oltre alla difficoltà di ottenere visti e gli ostacoli interni al viaggiare descritti nella sezione precedente, accademici palestinesi più volte ci hanno detto di essere spesso trattenuti presso Allenby Bridge per periodi fino a otto ore. Rifiuti del permesso di uscire, sempre senza spiegazioni, non sono infrequenti. Per altri che intendono viaggiare, il permesso di partire può essere anche subordinato alla firma di una dichiarazione attestante che non torneranno per un periodo fino a cinque anni: l’equivalente di un ordine di espulsione.

Molti ostacoli sono posti ai docenti universitari (spesso, anche se non esclusivamente, membri della diaspora palestinese, compresi quelli provenienti da Stati Uniti e Canada) che ricevono inviti a lavorare nelle università palestinesi. Lo status di residente non è concesso, e a chi afferma all’arrivo in Israele di essere lì per assumere un incarico presso un’università palestinese è rifiutato l’ingresso. L’unica possibilità di essere ammessi è di entrare come turista, con un permesso di soggiorno di tre mesi. La necessità di alterare il proprio stato nel TPO li rende costantemente vulnerabili all’espulsione, mentre il termine di tre mesi ha altri effetti sul loro possibile contributo accademico, soprattutto per corsi di insegnamento. Il presidente di un’università palestinese, cui non è stato concesso lo status di residente, riferisce di essere in possesso di un visto multi-ingresso nel TPO rilasciato da Israele, ma i funzionari israeliani di Allenby Bridge affermano sistematicamente che il visto è scaduto, minacciano di respingerlo, e lo costringono a ritardi che vanno da mezz’ora a mezza giornata.

Le conseguenze per le università palestinesi di questi ostacoli ai viaggi internazionali sono paragonabili a quelle dovute agli ostacoli interni. In primo luogo, il tempo supplementare richiesto è molto considerevole. I docenti che intendono partecipare anche agli eventi più brevi all’estero devono mettere in conto un giorno in più per essere sicuri di raggiungere la loro destinazione e un ulteriore giorno per tornare a casa. In secondo luogo, ciò impone notevoli costi aggiuntivi, anche perché il rischio di ritardi o rifiuti vuol dire che i biglietti aerei non possono essere prenotati in anticipo. In terzo luogo, tutto ciò scoraggia il viaggio, lasciando docenti, amministratori e studenti isolati dalla comunità internazionale e meno in grado di perseguire attività di ricerca. In quarto luogo, il morale è gravemente danneggiato.

3. Ostacoli israeliani ai visitatori stranieri delle università palestinesi

Gli ostacoli sopra descritti sono posti a tutti i visitatori accademici stranieri, non solo quelli che desiderano lavorare nelle università palestinesi, e anche agli studenti. I visitatori che intendono entrare sono spesso trattenuti o respinti dalle autorità israeliane. Ad esempio, le autorità israeliane hanno negato il permesso a cinque dei settantacinque partecipanti stranieri alla prima conferenza mondiale di accademici palestinesi presso l’Università di An-Najah nel 2014, concedendo il permesso a tre o quattro altri, tra cui keynote speakers, soltanto nell’ultimo giorno della conferenza, quando ormai era troppo tardi per avere qualsiasi valore. L’Università di Al-Quds riferisce che un professore di legge dell’Università di Harvard, che ha recentemente cercato di visitare l’Università di Al-Quds, è stato interrogato all’aeroporto Ben Gurion (Tel Aviv) per quattordici ore prima di essere autorizzato a procedere. L’Università di Birzeit riferisce che, nel mese di aprile del 2015, il Ministro Sudafricano dell’Istruzione Superiore Blade Nzimande e tre eminenti accademici sudafricani si sono visti negare il permesso di visitare l’Università.

Agli accademici stranieri invitati a tenere un corso di un semestre e agli studenti stranieri che intendono studiare per un semestre presso una qualsiasi delle università palestinesi è regolarmente concesso soltanto un visto turistico di tre mesi. Le università palestinesi, come la maggior parte delle università europee, operano con un sistema di tre semestri di quattro mesi. I visti, quindi, non permettono ai visitatori di rimanere per un intero semestre. Le domande di rinnovo dei visti, inoltre, sono una lotteria, così che la programmazione dei corsi può essere gettata nel caos con breve preavviso da decisioni burocratiche opache e inspiegabili. Le università riferiscono che molti accademici e studenti stranieri sono scoraggiati dal cercare di visitare le università palestinesi a causa degli ostacoli posti sul loro percorso.

Le conseguenze di questo blocco sono evidenti. In primo luogo, gli amministratori universitari palestinesi affrontano problemi logistici infiniti nei loro sforzi per assicurare il passaggio dei visitatori attraverso le barriere israeliane. Secondo un amministratore di alto livello di Al-Quds, il 30% del suo tempo è dedicato a problemi di questo tipo. In secondo luogo, l’insegnamento e l’apprendimento sono interrotti per partenza anticipata o indeboliti dalla incapacità dei docenti o degli studenti visitanti di raggiungere il campus. In terzo luogo, le università sono isolate dalla comunità internazionale, e, quarto, queste difficoltà frustrano e demoralizzano docenti e studenti.

4. Ostacoli all’importazione di libri, attrezzature e materiali

Gli ostacoli alla libera circolazione delle persone sono la causa più comune di protesta da parte delle università palestinesi. Soltanto un po’ meno frustrante sono gli ostacoli posti da Israele alla importazione di libri, attrezzature e materiali. Alcuni tipi di macchine e forniture, in particolare apparecchiature elettroniche e prodotti chimici, sono banditi da Israele che afferma che potrebbero essere utilizzati a fini terroristici. Tuttavia le autorità israeliane in pratica trattengono sistematicamente tutti i tipi di macchine e forniture per settimane, mesi o addirittura anni prima di consentire la loro consegna alle università. Questo ha creato difficoltà soprattutto per la ricerca e l’insegnamento delle scienze pure e applicate. La delegazione ha sentito di casi in cui gli accademici che hanno ricevuto una borsa di studio di un anno per intraprendere un progetto di ricerca non sono stati in grado di portarlo a termine perché i materiali necessari non sono arrivati nel corso dei loro dodici mesi di contratto. Il problema non è limitato a queste discipline. Il direttore di un’accademia d’arte ha lamentato gravi ritardi nell’importazione di opere d’arte e libri d’arte.

5. Arresti arbitrari e detenzione di accademici palestinesi

Imad al-Barghouthi, professore di astrofisica di Al-Quds, stava tentando di recarsi a un congresso della Associazione araba di Astronomia e Scienze dello Spazio presso l’Università di Sharjah negli Emirati Arabi Uniti, il 6 dicembre 2014, quando è stato arrestato al checkpoint per la Giordania e trattenuto in detenzione amministrativa senza incriminazione né processo. E’ stato rilasciato soltanto quasi sette settimane più tardi, dopo che la sua detenzione era stata pubblicizzata all’interno della comunità scientifica internazionale.[13] In ottobre 2014 Israele aveva in mano oltre 470 palestinesi in detenzione amministrativa, terminologia burocratica che significa carcerazione senza né processo ne’ alcuna indicazione dei motivi della detenzione. Secondo B’Tselem, il Centro israeliano d’informazione per i diritti umani nei Territori Occupati, con il suo uso eccessivo della detenzione amministrativa Israele viola il diritto internazionale. Amministratori universitari palestinesi stimano che, tra i quasi cinquecento detenuti, quaranta erano accademici della Cisgiordania e sessanta di Gaza.

Le conseguenze di questa pratica per le università palestinesi sono evidenti. Tuttavia, non sono soltanto i docenti a essere presi di mira: anche gli studenti sono spesso detenuti senza accusa né processo. In realtà, questa pratica è così comune che molte università hanno sviluppato programmi speciali per la formazione degli studenti arrestati.

6. Il caso particolare di Al-Quds University

Al-Quds University opera su cinque campus, di cui tre sono dentro o vicino alla città di Gerusalemme dalla parte israeliana del muro dell’apartheid e due, compreso il campus principale, si trovano in zona B dalla parte palestinese. Ciò espone l’Università a pressioni eccezionali provenienti da Israele, che rivendica Gerusalemme come sua capitale e usa ogni scusa per espellere i residenti palestinesi. Non da ultimo a causa delle difficoltà in cui versa la popolazione palestinese di Gerusalemme (nome arabo: al-Quds) l’Università cerca di mantenere ed espandere il suo ruolo pubblico nella città vecchia. Israele ha risposto in vari modi profondamente ostili. Si è rifiutato di riconoscere lo status no-profit delle attività dell’Università di Gerusalemme e ha più volte citato in giudizio l’Università per lo svolgimento di attività didattiche non autorizzate nella Città. Nella primavera del 2015 ha emesso la richiesta di ventiquattro milioni di NIS (5.7 milioni di euro) e sequestrato alcune delle proprietà dell’Università a Gerusalemme tra cui l’ufficio del presidente con il suo contenuto. Ha anche rifiutato di riconoscere le qualifiche dei laureati dell’Università. Gli insegnanti con un diploma di laurea di Al-Quds University e lo status di residenti in Israele sono pagati come insegnanti con solo il diploma di scuola secondaria. Ai medici con una laurea di Al-Quds non è stato permesso di praticare sul lato israeliano del muro dell’apartheid. Una recente decisione della Corte Suprema di Israele ha permesso ai laureati in medicina di Al-Quds di sostenere quest’anno l’esame professionale israeliano. Ma non è chiaro se la decisione del giudice sarà accettata come un precedente negli anni futuri.

Il campus principale di Al-Quds ad Abu Dis si trova appena fuori Gerusalemme e in chiara vista della città. Tuttavia una percentuale elevata della comunità universitaria non ha lo status di residente nella città che quindi è a loro inaccessibile. Al presidente dell’Università, il dottor Imad Abu Kishek, non è consentito di visitare Gerusalemme o Israele. L’azione israeliana non si limita a ostacoli burocratici. Una telecamera montata sopra il muro dell’apartheid che corre appena un centinaio di metri dalla porta principale monitora costantemente il campus di Abu Dis. Unità dell’esercito limitano regolarmente l’accesso con un posto di blocco immediatamente fuori dal cancello principale, e sembrano farlo più frequentemente nel periodo degli esami. E non si fermano al cancello. Soltanto nel 2013, unità dell’esercito hanno invaso il campus non meno di 26 volte, ferendo oltre 1700 studenti e personale. A seguito di un’incursione nella primavera del 2015 sono ancora visibili i fori di raffiche di proiettili nell’entrata di vetro della scuola di medicina. Per ragioni che rimangono oscure, le forze israeliane hanno recentemente distrutto l’adiacente casa di famiglia del direttore del Dipartimento di Musica.

Uno dei più apprezzati elementi di Al-Quds University è il suo Istituto di Archeologia. Mentre altre università palestinesi trascurano i loro dipartimenti di archeologia, l’Istituto di Al Quds si sta espandendo. Attualmente supervisiona gli scavi in tre siti, a Ramallah, Beit Sahur e Sebast vicino a Nablus. Israele gli ha tuttavia negato il permesso di scavare nella zona C dei Territori Occupati, dove si trova circa il 60 per cento dei siti archeologici della Cisgiordania. Dei circa 8.000 siti e attrazioni individuate nei Territori Occupati, gli archeologi israeliani ne hanno scavato o esplorato 1.200 senza permettere ai palestinesi l’accesso ai siti o ai reperti raccolti. I docenti dell’Istituto non possono insegnare l’archeologia di Gerusalemme poiché né loro né i loro studenti hanno il permesso di visitare la città. Essi esprimono anche dubbi sulla correttezza delle attività archeologiche israeliane, molte delle quali sembrano essere guidate dal desiderio di trovare la prova di affermazioni bibliche circa l’antica civiltà ebraica. La loro rigida esclusione dai siti nei Territori Occupati (per non parlare nel territorio dello Stato di Israele nato nel 1948) ha suscitato il sospetto che i reperti possano essere mossi da un sito all’altro per rafforzare le rivendicazioni storiche ebraiche sul territorio, e che le prove di altre civiltà possano essere distrutte.

7. L’impatto del blocco di Gaza sulle università palestinesi

Prima che Hamas assumesse il controllo esclusivo di Gaza nel giugno del 2007, diverse migliaia di studenti provenienti da Gaza avevano frequentato le università della Cisgiordania. Il blocco israeliano di Gaza ha provocato un arresto immediato di praticamente tutti i movimenti degli studenti verso o da Gaza. Ciò è stato particolarmente infelice per alcune categorie di studenti. Studenti di Gaza che avevano iniziato i loro studi in Cisgiordania, ma si trovavano a Gaza quando è stato imposto il blocco, non sono stati in grado di tornare a completare i loro studi; altri in Cisgiordania non sono stati in grado di tornare a casa. Gli studenti del centro gestito a Gaza dalla scuola di medicina di Al-Quds sono tenuti a completare il loro diploma ad Abu Dis, ma dal 2007 non sono stati in grado di farlo. Israele giustifica il lungo blocco di otto anni imposto a Gaza con motivi di sicurezza. Ma non può esistere alcuna giustificazione per negare l’autorizzazione in blocco ad accademici e a studenti di Gaza di insegnare o studiare in Cisgiordania. Si tratta di una violazione dei loro diritti umani, che danneggia gravemente la situazione di Gaza e indebolisce tutte le università della Palestina.

III. Raccomandazioni

Le raccomandazioni che seguono sono rivolte ai docenti universitari e altre persone interessate; istituzioni accademiche e organizzazioni sindacali; organizzazioni per i diritti umani e altre non governative; e a tutta la società civile in generale, in tutta Europa e oltre.

Raccomandazione 1: Assistere le università della Palestina attraverso la promozione di scambi, partenariati e visite

Le università palestinesi sono estremamente isolate e fanno costantemente appello all’assistenza per consentire loro la facoltà di viaggiare e collaborare con le controparti estere, per i loro studenti di studiare all’estero, e di ricevere visiting professor e studenti di scambio. Azioni di questo tipo, tuttavia, in nessun modo purtroppo scoraggiano Israele dal continuare e intensificare la sua politica di blocco accademico. Pertanto l’azione è necessaria anche ad altri livelli.

Raccomandazione 2: Pressione sui governi europei e sulla Commissione dell’Unione Europea

Queste istituzioni devono accettare la loro parte di responsabilità per la situazione deplorevole che la delegazione ha riscontrato e adottare misure correttive per porre rimedio a decenni di discriminazione. Per molti anni l’UE e i singoli paesi europei hanno trattato Israele come partner privilegiato mentre si fa quasi nulla per aiutare la Palestina. L’approccio restrittivo al rilascio dei visti ai visitatori accademici palestinesi, e se del caso, le loro famiglie, dovrebbe essere abbandonato. I governi dovrebbero considerare prioritario il rendere disponibili generosi fondi per sostenere partenariati accademici e scambi di docenti e studenti con la Palestina.

Raccomandazione 3: Applicare pressione diretta su Israele sostenendo il boicottaggio delle università israeliane

E’ deplorevole che la recente documentazione storica confermi che i governi occidentali generalmente agiscono su una questione di rilevanza etica soltanto quando la società civile si mobilita a suo sostegno. Porre fine alla politica di apartheid del Sudafrica fu una di queste questioni su cui la società civile prese l’iniziativa e i governi seguirono soltanto più tardi. L’occupazione illegale israeliana della Cisgiordania e di Gaza che dura da quarantotto anni e il sovvertimento delle università palestinesi costituiscono un problema simile, anche se non identico. Come gli amministratori e i docenti universitari palestinesi sottolineano ripetutamente, le università israeliane hanno beneficiato enormemente della generosità dei governi occidentali senza fare il minimo sforzo per sostenere le loro controparti palestinesi o dimostrare loro solidarietà. L’unico tentativo organizzato per favorire la solidarietà degli accademici israeliani con le loro controparti palestinesi si è rivelata un fiasco. Nel marzo 2008 un piccolo gruppo di eminenti accademici israeliani fecero circolare una petizione a sostegno del principio del libero accesso all’istruzione superiore per i residenti palestinesi dei Territori Occupati. La loro petizione diceva:

Noi, membri passati e presenti del personale accademico delle università israeliane, esprimiamo grande preoccupazione per il continuo deterioramento del sistema di istruzione superiore in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Protestiamo contro la politica del nostro governo che sta causando restrizioni alla libertà di movimento, lo studio e l’istruzione, e chiediamo al governo di consentire agli studenti e ai docenti l’accesso gratuito a tutti i campus nei Territori, e di consentire a docenti e studenti in possesso di passaporti stranieri di insegnare e studiare senza essere minacciati di ritiro dei permessi di soggiorno. Lasciare la situazione così com’è causerà grave danno alla libertà di circolazione, di studio e di istruzione – danno per il fondamento della libertà accademica, per la quale siamo tutti impegnati.

Dei circa 8.500 docenti senior e junior che ricevettero l’e-mail con l’invito a firmare la petizione, un totale di 407 – inferiore al 5% – accettò di farlo. Le indicazioni sono che ancor meno accademici israeliani firmerebbero una petizione simile oggi.

Il boicottaggio invita i sostenitori a rifiutare la collaborazione con le università israeliane, sia come docenti, ricercatori, esaminatori o referree visitanti. Il boicottaggio non è rivolto a singoli studiosi o ricercatori israeliani la cui libertà di viaggiare, partecipare a conferenze e collaborare nella ricerca non è intaccata. Essa pertanto non impedisce il dialogo e la libertà di parola.

In conclusione

Gli israeliani sono straordinariamente orgogliosi delle loro università per il loro innovativo lavoro nel campo della scienza e della tecnologia, premi Nobel e classifiche mondiali. Ma gli israeliani non possono avere entrambe le cose: rivendicare l’appartenenza al mondo democratico e allo stesso tempo perseguire violente politiche di pulizia etnica e di indebolimento dell’istruzione superiore palestinese. Gli autori di questa relazione sono convinti che il boicottaggio accademico sia il modo più efficace e non violento a disposizione della società civile occidentale per mettere gli israeliani di fronte alla necessità di scegliere.

Per saperne di più sul boicottaggio accademico, contattare un affiliato nazionale di EPACBI:

Note

[1] Il territorio controllato direttamente da Israele comprende Gerusalemme est, la zona C dei Territori palestinesi occupati e altro territorio illegalmente colonizzato nella Cisgiordania oltre al territorio dello Stato di Israele del 1948, ma esclude le alture del Golan, illegalmente sottratte alla Siria. Fonte, Israele Central Bureau of Statistics.
[2] Oltre alle otto università elencate sui siti ufficiali israeliani in lingua inglese, l’Ariel College, situato in un insediamento illegale, è stata elevato allo status di università nel dicembre 2012.
[3] Uri Yacobi Keller, ‘Academic Boycott of Israel and the Complicity of Israeli Academic Institutions in Occupation of Palestinian Territories’, Alternative Information Center, № 23-24, October 2009.
[4] Su Israele membro virtuale della UE, si veda David Cronin, Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation (London: Pluto Press, 2010). [Si vedi anche: Israele e la Ricerca europea: partner o complice?http://www.saluteinternazionale.info/2013/01/israele-e-la-ricerca-europea-partner-o-complice/ ]
[5] Israel Ministry of Foreign Affairs, Higher education in Israel – selected data, 28 November 2012.
[6] Sull’equilibrio di genere, si veda il rapporto del RASIT.
[7] Israel Ministry of Foreign Affairs, Higher Education in Israel – selected data 2010/11.
[8] European Commission, “Higher Education in Israel – EACEA – Europa” (2013).
[9] The New York Times International Weekly, 14 June 2015, p.3.
[10] Sulla politica israeliana di de-sviluppo si veda Robert Wade, ‘Organised Hypocrisy on a Monumental Scale’, LRB Online, 24 October 2014.
[11] General Assembly Distr. GENERAL A/HRC/12/48 25 September 2009, Human Rights in Palestine and other Occupied Arab Territories. Report of the United Nations fact-Finding Mission on the Gaza Conflict.
[12] Dan Cohen, ‘In the last days of ‘Operation Protective Edge’ Israel focused on its final goal — the destruction of Gaza’s professional class’. http://mondoweiss.net/2014/10/protective-destruction-professional Secondo il International Middle East Monitoring Center, l’assalto ha lasciato 277 scuole, o quasi il 70 per cento dell’offerta educativa, danneggiate o distrutte.
[13] http://www.nature.com/news/scientists-protest-detention-of-palestinian-physicist-1.16770

Originale in inglese: British Committee for Universities of Palestine

Traduzione di Angelo Stefanini

Advertisements