Dialogo o BDS? Risposte agli argomenti contro un boicottaggio accademico di Israele

Una scuola danneggiata da un attacco israeliano durante l’operazione Margine Protettivo, nel quartiere Shujaiyeh, ad est di Gaza City, 4 settembre 2014. Foto: Activestills.org
Una scuola danneggiata da un attacco israeliano durante l’operazione Margine Protettivo, nel quartiere Shujaiyeh, ad est di Gaza City, 4 settembre 2014. Foto: Activestills.org

di Ben White

Martedì 27 ottobre è apparsa sul  [quotidiano inglese]  “The Guardian” su un’intera pagina un’inserzione che annunciava l’appoggio di più di 300 studiosi che lavorano in Gran Bretagna al boicottaggio accademico di Israele. Dopo una settimana la lista delle adesioni era salita a 600.

Le critiche da parte dei soliti noti è stata immediata, con condanne dell’ambasciata israeliana di Londra, del Consiglio dei deputati ebrei britannici e del Consiglio dei Dirigenti delle Comunità Ebraiche (JLC). Gli oppositori al boicottaggio si sono espressi anche in vari editoriali e sulla pagina delle lettere del “The Guardian”.

Io proporrò qui alcune risposte agli argomenti più frequentemente avanzati dai critici della campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e sopratutto riguardo al suo aspetto accademico.

Ciò di cui abbiamo bisogno è il dialogo – il boicottaggio è controproducente

E’ uno degli argomenti più comuni contro il boicottaggio accademico. Lo si ritrova sulla pagina delle lettere al “The Guardian” ed espresso dall’ambasciata israeliana, che sostiene: “Iniziative  di boicottaggio che creano divisione..servono solo a seminare odio e ad allontanare le parti, invece di promuovere la coesistenza.”

Secondo il rabbino Janne r-Klausner sul [giornale inglese] “The Telegraph” “chiudere le porte al dialogo accademico può risultare catartico, ma impedisce il dialogo disperatamente necessario per risolvere l’attuale situazione in Israele e per soddisfare le esigenze per l’autodeterminazione dei palestinesi.”

Questo tipo di argomenti si basa su un fraintendimento in merito alla natura del boicottaggio accademico (non riguarda la fine del dialogo), così come su cosa sia necessario per porre fine al ‘conflitto’ (la risposta non è maggiore dialogo).

Boicottaggio e ‘dialogo’ non si escludono a vicenda: le campagne del BDS di solito provocano e stimolano approfonditi scambi di idee e incoraggiano la formazione e la consapevolezza. Non si tratta di chiudere ogni discussione; si tratta di rendere conto delle, e porre fine alle, complicità con le violazioni dei diritti di un popolo.

Il boicottaggio esiste perché il dialogo non è sufficiente e non si oppone allo status quo asimmetrico. Come ha scritto Martin Luther King nella sua “Lettera da un carcere di Birmingham”, “è un fatto storico che i gruppi dominanti raramente rinunciano volontariamente ai propri privilegi.”

L’idea che il boicottaggio, opposto a un indefinito ‘dialogo’, è inutile o controproducente, è spesso basata sul presupposto che il BDS rafforza solo la ‘destra israeliana’. Tuttavia, ciò presuppone un’alternativa ‘sinistra israeliana’ credibile, che purtroppo semplicemente non esiste.

L’editoriale del parlamentare laburista Michael Dugher sul “The Jewish Chronicle” ne è un tipico esempio. Attaccando i boicottaggi come ‘fuorvianti’, il membro del governo ombra [laburista inglese] si dichiara orgogliosamente un “sostenitore del partito laburista israeliano” e critico delle “colonie nei territori palestinesi.”

Cosa c’è da dire dell’opposizione ‘moderata’ israeliana? Isaac Herzog, leader del partito Laburista e capo del ‘Campo Sionista [la coalizione tra laburisti e Kadima che si è presentata alle ultime elezioni israeliane. Ndtr.]’, si è dichiarato “più estremista di Netanyahu” quando si tratta di “sicurezza”, ed ha appoggiato le atrocità commesse nella Striscia di Gaza.

L’ultima campagna elettorale di Herzog ha incluso veterani dell’esercito che lo hanno elogiato in quanto “capisce la mentalità araba” e “ha avuto a che fare con gli arabi in ogni tipo di situazione”, anche “nel mirino del fucile”. Allo stesso tempo la sua idea di uno “Stato” palestinese  è un progetto di Bantustan.

Se si valuta specificamente  l’efficacia del boicottaggio accademico, non lo si deve isolare dalla più complessiva campagna di isolamento e di pressioni di cui è una parte. Come sostiene un gruppo di antropologi che appoggia il BDS:

“I boicottaggi sono efficaci. Il boicottaggio rende la complicità con lo status quo più gravosa per le istituzioni accademiche israeliane. Il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane esercita una pressione per spingere gli accademici israeliani a chiedere un cambiamento di politiche al proprio governo.”

Sia sostenitori che oppositori del boicottaggio sono d’accordo sul fatto che le università di Israele sono importanti, influenzano le istituzioni. Immaginate l’impatto che potrebbero avere se prendessero una posizione onesta; se ponessero fine ai programmi R&D che producono armi che uccidono palestinesi, smettessero di collaborare con le forze di occupazione, esprimessero appoggio ai diritti dei palestinesi, scioperassero, e via di seguito.

Purtroppo la realtà è che niente di lontanamente simile a queste espressioni basilari di opposizione ai crimini dello Stato, o di appoggio ai diritti dei palestinesi, è successo negli ultimi decenni. La pressione del boicottaggio è la risposta a questa continua e deliberata complicità delle istituzioni [accademiche].

Un boicottaggio è un attacco alla libertà accademica.

La “Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele” (PACBI) sostiene “il diritto universale di libertà accademica” e afferma che “il boicottaggio istituzionale invocato dalla società civile palestinese non confligge con questa libertà.”

La PACBI appoggia quello che descrive come “la definizione internazionalmente accettata di libertà accademica come adottata dal Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (UNESCR).”

Nel contempo i palestinesi continuano a far fronte a un attacco pluridecennale contro la propria libertà accademica da parte degli occupanti. Professori e studenti hanno una ridotta possibilità di movimento, mentre i palestinesi vivono discriminazioni e censure nelle università israeliane.

Perciò, mentre “gli apologeti di Israele si stracciano le vesti per la cancellazione di un invito ad una conferenza, gli accademici palestinesi seppelliscono colleghi e studenti uccisi dalle armi progettate nelle università israeliane.” Il boicottaggio “intende creare le condizioni in cui tutti gli studiosi della Palestina/Israele possano godere di una vera libertà accademica su un piano di uguaglianza, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dall’etnia.”

Le università israeliane non sono responsabili delle politiche del loro governo.

Secondo i critici, un boicottaggio accademico punisce ingiustamente le università israeliane e i loro membri per le azioni dello Stato. Ciò è sbagliato. Le università israeliane sono responsabili della loro scelta di appoggiare, collaborare o essere complici delle politiche colonialistiche dello Stato, dell’occupazione e dell’apartheid.

Il ruolo giocato dalle istituzioni di istruzione superiore di Israele è ampiamente documentato. Un rapporto del 2009, ad esempio, nota come “le istituzioni accademiche non hanno scelto di prendere una posizione neutrale e apolitica nei confronti dell’occupazione israeliana, ma di sostenere in pieno le forze di sicurezza israeliane e le politiche nei confronti dei palestinesi, nonostante i gravi sospetti di crimini ed atrocità che gravano su di loro.”

Gli esempi abbondano. Il Technion- Istituto Israeliano di Tecnologia si è vantato di aver “cucito su misura” programmi offerti all’esercito israeliano e al ministero della Difesa, mentre i suoi studiosi hanno aiutato a sviluppare i bulldozer utilizzati per demolire le case dei palestinesi.

L’università di Tel Aviv è fiera del suo ruolo “in prima fila nel difficile lavoro di mantenere la superiorità militare e tecnologica di Israele”, con dozzine di progetti finanziati dal ministero della Difesa. L’università ha anche partecipato a scavi archeologici diretti dai coloni a Silwan, nella Gerusalemme est occupata.

L’università di Haifa ha “formato centinaia di ufficiali superiori dell’esercito israeliano” attraverso “un programma speciale di dottorato in sicurezza nazionale e studi strategici.” L’università di Bar Ilan ha offerto borse di studio per corsi di formazione a “combattenti eccezionali”, per sfruttare le loro qualità “per il bene delle future generazioni di Israele.”

L’università Ben-Gurion ha offerto una speciale borsa di studio per ogni giorno di servizio [militare] agli studenti riservisti durante l’ operazione “Piombo Fuso” di attacco a Gaza. Le università israeliane hanno parimenti offerto un appoggio entusiastico all’offensiva operazione “Margine Protettivo” del 2014.

L’università Ebraica, inoltre, ha un programma comune con il Ministero della Difesa per studenti destinati alle unità R&D [unità di ricerca e sviluppo tecnologico. Ndtr.] dell’esercito, che vivono in una base speciale all’interno del campus. L’università lavora anche nei summenzionati scavi archeologici diretti dai coloni a Silwan.

Riguardo all’università di Ariel, si trova addirittura in una colonia illegale nella Cisgiordania occupata. Le colonie sono una grave violazione delle leggi internazionali e sono considerate un crimine di guerra.

Le università israeliane non si limitano ad appoggiare lo Stato, sono anche desiderose di difenderne le azioni. Un gran numero di istituzioni di formazione superiore ora offre corsi di ‘hasbara’ [la propaganda israeliana. Ndtr.], comprese quelle di Haifa e Tel Aviv, la prima per israeliani, la seconda per studenti stranieri.

Una studiosa israeliana, pur contraria al BDS, ha  descritto la convinzione in “una specie di cordone sanitario [che] separa l’insegnamento dalle colonie” come “un’errata rappresentazione della realtà israeliana.” E continua: “L’intera nazione è complice dell’occupazione e non c’è un luogo sicuro nelle biblioteche e nei laboratori all’interno della Linea Verde [i confini di Israele con la Cisgiordania. Ndtr.].”

Sia che i soldi per la ricerca siano spesi per un algoritmo utile al sistema di sicurezza, che  il professore faccia il servizio militare come riservista nei territori o persino che il bagel  [piccola ciambella tipica della cucina ashkenazita polacca. Ndtr.] (prodotto ad Ariel!) sia acquistato nella caffetteria dell’università, il sistema educativo di Israele, indipendentemente dalle opinioni politiche del corpo insegnante, è comunque strettamente legato all’occupazione.

Gli accademici sono i maggiori critici degli abusi dei diritti umani da parte del governo.

Esprimendo la scorsa settimana la propria opposizione al boicottaggio accademico, un professore dell’università di Essex ha sostenuto che nei suoi “rapporti con i docenti universitari in Israele”, li ha trovati “tra i più critici del modo in cui sono trattati i palestinesi.”

Si tratta di un altro argomento corrente contro il boicottaggio: alcune lettere su “The Guardian” la scorsa settimana hanno descritto le università israeliane come “culle dell’avversione nei confronti delle politiche del governo” e “istituzioni progressiste in cui tutti gli studenti e il personale hanno la possibilità di parlare liberamente.” L’attivista filo-israeliano David Hirsh ha sostenuto che “gli accademici israeliani sono sempre stati cruciali (nelle politiche di pace).”

Di rado vengono presentate prove di questo dissenso apparentemente significativo (in contrasto con le abbondanti prove della collaborazione delle università con lo Stato e le forze armate).

Dal 1988 al 1992 l’università di Birzeit, nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania, è stata chiusa dalle autorità israeliane per circa un anno. Altre università palestinesi hanno subito una repressione simile. Durante quel periodo, “il silenzio delle università israeliane è stato assordante.”

Saltiamo a venti anni dopo: una petizione del 2008 che sosteneva la libertà accademica nei Territori Palestinesi Occupati, non certo una richiesta estremista, è stata inviata a circa 9.000 docenti universitari israeliani. E’ stata firmata da 407 accademici, cioè dal 4,5% del totale.

Al contempo 1.000 professori hanno firmato una petizione contro la concessione dello status universitario alla scuola superiore  di Ariel (che alla fine l’ha ottenuta lo stesso). Persino questa protesta, tuttavia, era motivata in parte dal desiderio di proteggere l’accademia israeliana dall’essere identificata nel suo complesso con “la politica delle colonie.”

Infatti, come ha rilevato Haaretz, un certo numero di docenti universitari che attualmente  lavora all’università di Ariel confessa di avere “opinioni decisamente di sinistra”, benché “non vedano una contraddizione tra il loro luogo di lavoro e le loro posizioni politiche”, e alcuni “sono rimasti piacevolmente sorpresi quando hanno scoperto di cosa si trattasse.”

Gli “arabo-israeliani” frequentano le università israeliane.

Il fatto che i cittadini palestinesi frequentino le università israeliane non è una prova della loro approvazione nei confronti di queste istituzioni; non sono immigrati, si tratta del loro Paese. Utilizzare questo come argomento contro il boicottaggio, come altre posizioni regolarmente tirate in ballo (‘I palestinesi lavorano nelle colonie’, ‘ci sono arabi nel parlamento israeliano’), cercano di mettere insieme irrilevanza e superiorità colonialista.

Ancora, alcuni oppositori del BDS perorano la propria causa descrivendo le istituzioni accademiche israeliane come ‘la cosa più vicina ad una incarnazione della coesistenza tra arabi e israeliani che si possa vedere in Medio Oriente” (con la citazione specifica dell’università di Haifa).

Prendiamo quindi in considerazione Haifa, che ha dato la preferenza ai veterani dell’esercito nelle sue pratiche di ammissione alla casa dello studente, escludendo quindi la grande maggioranza degli studenti palestinesi [in quanto, salvo drusi e beduini, non hanno il servizio militare. Ndtr.]. La stessa università ha anche proibito agli studenti di sventolare la bandiera palestinese durante le manifestazioni, limitato le attività delle associazioni di studenti palestinesi e ha tentato di espellerne gli organizzatori.

Non si tratta di incidenti sporadici. Gli studenti palestinesi affrontano regolarmente “pratiche e politiche discriminatorie nelle istituzioni di istruzione superiore israeliane.” Uno studio dei casi politici affrontati dalla commissione disciplinare dell’università di Haifa tra il 2007 e il 2012 ha scoperto che “nessuno studente sionista o della destra ebraica israeliana è stato convocato in quel periodo.”

Mentre i palestinesi rappresentano il 20% dei cittadini israeliani, in base alle più recenti statistiche sono il 14,4% dei laureati delle università israeliane, il 10,5% di quelli che ottengono un master e il 5,9% dei candidati al Ph.D [dottorato di ricerca. Ndtr.].

Una ricerca del 2007 ha rilevato che di 4.576 docenti di alto livello 64 erano arabi, mentre lo erano solo 23 degli 8.558 funzionari amministrativi. I dati del 2013 hanno mostrato che solo il 2% dei 174 alti funzionari di istituzioni statali erano arabi. L’università di Bar-Ilan ha due palestinesi che sono docenti di alto livello.

Le università israeliane conducono importanti e utili ricerche.

Una frequente obiezione al boicottaggio accademico, nelle parole di un’altra lettera pubblicata da “The Guardian”, è che “le università israeliane sono all’avanguardia della ricerca scientifica in moltissimi campi.” Ma questo non è un motivo per opporsi alla campagna di boicottaggio.

Il fatto che il primo trapianto di un cuore umano sia stato effettuato nel 1967 nel Sudafrica dell’apartheid assolve questo regime dai suoi crimini, o invalida il boicottaggio? I contributi al progresso tecnologico o culturale non possono esonerare Stati che commettono costantemente crimini dal doverne rendere conto.

Un individuo o un’entità responsabili di un atto immorale o illegale non si guadagnano l’impunità solo perché lui/lei/questa sono anche responsabili di atti che comportano grandi benefici, ed è difficile credere che quelli che sbandierano i successi delle università israeliane accetterebbero una simile premessa.

In altri termini, è gravemente irresponsabile da parte delle università israeliane pregiudicare o compromettere importanti ricerche accademiche per il rifiuto di porre fine alla loro complicità nei crimini per i quali potrebbero, e dovrebbero, essere chiamati a rispondere.

Il boicottaggio accademico prende di mira solo Israele.

Accusando i sostenitori del boicottaggio di una inquietante ‘selettività’, l’autore di una lettera su “The Guardian” ha notato che “la Cina occupa il Tibet, l’India il Kashmir, la Turchia la parte nord di Cipro e la Russia la Crimea e l’Ucraina orientale.”

Un altro è andato anche oltre, sostenendo che “un boicottaggio accademico selettivo, diretto solo contro le istituzioni accademiche israeliane,” e “non contro università e istituti di ricerca di altri Paesi con livelli di abuso dei diritti umani simili o molto peggiori ” è semplicemente “discriminatorio.”

In effetti, come hanno messo in evidenza gli organizzatori dell’iniziativa, “ogni boicottaggio è selettivo”, ma ciò “non vuol dire che sia moralmente riprovevole.” E continuano:

“Se le richieste di ‘coerenza’ si basano sull’argomento che niente si può fare a meno che e finché non  sia stato fatto tutto, allora il risultato è destinato ad essere l’inazione. Ciò, riguardo ad Israele, è sicuramente l’intenzione di chi critica [il boicottaggio].

In ogni momento ci sono dozzine di campagne di boicottaggio da parte di consumatori attivi con un gran numero di Stati e di imprese come bersaglio. Nel frattempo i governi occidentali, compresa la Gran Bretagna e l’Unione Europea, frequentemente impongono sanzioni ed embarghi contro una serie di Paesi.

Quindi in realtà Israele è preso in considerazione come ‘caso unico’, ma per la protezione diplomatica e l’impunità, la collaborazione e l’aiuto militare, gli accordi commerciali preferenziali e la cooperazione istituzionale e governativa.

Inoltre, nelle parole di Nelson Mandela, il boicottaggio è “un’arma tattica”, non “una questione di principio.” Il boicottaggio accademico di Israele è parte di una campagna più complessiva, promossa dai palestinesi, basata sull’argomento convincente che Israele è vulnerabile a questo tipo di pressioni.

I palestinesi hanno ‘preso di mira solo’ Israele perché è Israele che li ha espulsi, espropriati, colonizzati e occupati. I palestinesi sono gli unici a non poter fare un appello per ottenere solidarietà? Qualcuno accusa i sostenitori delle campagne di solidarietà a favore dei tibetani di un’inquietante selettività nel ‘prendere di mira solo’ la Cina?

Un boicottaggio basato sulla nazionalità è discriminatorio.

Il PACBI rifiuta esplicitamente “boicottaggi di individui in base alla loro identità” e mette in chiaro che “la semplice appartenenza di uno studioso israeliano ad un’istituzione accademica israeliana..non è un motivo sufficiente per mettere in atto il boicottaggio.”

Tuttavia, prosegue, se “un individuo rappresenta lo Stato di Israele o un’istituzione israeliana complice ( come un decano, rettore o preside), o ha l’incarico o è stato ingaggiato per partecipare ai tentativi di Israele di “rifarsi un’immagine”, allora le sue attività sono soggette al boicottaggio istituzionale richiesto dal movimento BDS.”

Il boicottaggio non ha niente a che vedere con la discriminazione; riguarda piuttosto “le istituzioni accademiche..che utilizzano il  potere a loro disposizione, cioè la libertà di dissociarsi dalle istituzioni che sono complici dell’occupazione illegale e che contribuiscono all’oppressione dei palestinesi e di altri gruppi in Israele.”

Il boicottaggio accademico è antisemita.

L’affermazione secondo cui il boicottaggio accademico è ‘antisemita’ a volte è espressa esplicitamente, compreso il paragone con i nazisti, mentre in altre occasioni è l’implicito sottinteso delle accuse in base alle quali solo Israele è “preso di mira” (la prima asserzione ha almeno il merito di essere onesta). C’è anche una (lievemente) più astuta variazione: che il boicottaggio è antisemita ‘nei fatti’, se non lo è nelle intenzioni.

Nel 2013 un tribunale del lavoro ha respinto un ricorso presentato da un attivista filo-israeliano, rappresentato da un illustre avvocato, che ha sostenuto di aver subito una persecuzione antisemita da parte dal sindacato dell’University College nel contesto degli sforzi da parte dei militanti della campagna di solidarietà con la Palestina di promuovere il boicottaggio accademico.

Per maggior mortificazione dei suoi sostenitori, che ha incluso due membri del Parlamento, i giudici hanno descritto le lamentele dell’attivista come “senza fondamento” e “prive di ogni giustificazione.” Anche un altro tentativo di accusare i sostenitori del boicottaggio accademico di “razzismo” nei tribunali, questa volta nel 2014 in Australia, è fallito.

Alcuni dei firmatari dell’appello per il boicottaggio accademico lanciato la scorsa settimana hanno risposto alle implicazioni o alle accuse che la loro posizione li rende “antisemiti ed equivalenti ai nazisti” come “profondamente offensive così come vuote intellettualmente e moralmente.”

Piuttosto che calunniare con accuse di antisemitismo, i sostenitori dei diritti umani universali farebbero meglio a confrontarsi con le ragioni per cui le violazioni dei diritti umani dei palestinesi sono diventate un argomento di grave rilevanza internazionale e perché una campagna di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni contro le istituzioni israeliane è ora una necessità urgente.”

Questa campagna, compreso il boicottaggio accademico, è sostenuta da molti gruppi ebraici. In vista di un imminente voto dell’Associazione Antropologica Americana su una risoluzione a favore del boicottaggio, il gruppo di base statunitense “Jewish Voice of Peace [Voci ebraiche per la pace” ] ha affermato di essere “incoraggiato da questo tentativo presso l’AAA di impegnarsi per i diritti umani e la giustizia sociale.”

In conclusione.

L’opportunità di un boicottaggio accademico di Israele si basa sui tre punti fondamentali seguenti:

  1. La situazione del colonialismo, dell’occupazione e dell’apartheid israeliani.
  2. La complicità ed il ruolo delle istituzioni accademiche israeliane nei summenzionati crimini.
  3. L’appello da parte di docenti e studenti palestinesi e l’appoggio al BDS come tattica.

I contrari al boicottaggio negano sempre o ignorano almeno uno di questi punti, e spesso tutti e tre. In particolare, tuttavia, qual è l’importanza di così tanti oppositori del BDS che semplicemente ignorano l’appello di docenti e studenti palestinesi?

Questa omissione è istruttiva perché quelli che argomentano contro il boicottaggio spesso si pongono esplicitamente come ‘amici’ dei palestinesi e “comprensivi” nei confronti dello loro sofferenze, e, pur formulando le loro ragioni in questo modo, non si impegnano, o non menzionano neppure l’appello palestinese per il boicottaggio.

‘La società civile palestinese’ non è un blocco monolitico, ma il fatto è che gruppi e sindacati che rappresentano i docenti e gli studenti universitari palestinesi stanno chiedendo un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. Ignorare questa richiesta da parte dei colonizzati è un atto significativo di cancellazione, per mettere tutto a tacere.

Originale in inglese: Middle East Monitor

Traduzione di BDS Italia

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